La decrescita felice

La Decrescita Felice
di Maurizio Pallante


Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario in via preliminare fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo (PIL), si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Non tutti i beni sono merci e non tutte le merci sono beni.
- La frutta e la verdura coltivate in un orto familiare per autoconsumo sono beni qualitativamente molto migliori della frutta e della verdura acquistate al supermercato. Ma non passano attraverso una intermediazione mercantile, per cui non sono merci. Soddisfano il bisogno di nutrirsi in modi più sani e più gustosi dei loro equivalenti prodotti per essere commercializzati, non sono stati prodotti con veleni e prodotti di sintesi chimica, non hanno impoverito l’humus, non hanno contribuito a inquinare le acque, ma fanno diminuire il prodotto interno lordo perché chi autoproduce la propria frutta e verdura non ha bisogno di andarla a comprare. In una società fondata sulla crescita, dove a ogni piè sospinto tutti la invocano come il fine delle attività economiche e produttive, il suo comportamento è asociale.
- Percorrendo un tragitto in automobile si consuma una certa quantità della merce carburante. Quindi si contribuisce alla crescita del prodotto interno lordo. Se per percorrere lo stesso tragitto si trovano intasamenti e si sta in coda, il consumo della merce carburante cresce; di conseguenza, il prodotto interno lordo cresce di più. Ma occorre più tempo per arrivare dove si vuole arrivare, aumentano i disagi e la fatica del viaggio, aumentano le emissioni di anidride carbonica e di inquinanti in atmosfera, i costi individuali e collettivi, ambientali e sociali. La maggior quantità della merce benzina consumata negli intasamenti automobilistici non è un bene. Eppure ogni volta che si sta fermi in coda a respirare gas di scarico si contribuisce ad accrescere il benessere collettivo e, di conseguenza, il proprio. Si agisce in modo socialmente virtuoso. Se poi, in conseguenza della maggiore stanchezza e dei maggiori rischi derivanti dagli intasamenti si verificano incidenti, la riparazione o la sostituzione delle automobili incidentate e i ricoveri ospedalieri fanno crescere ulteriormente il prodotto interno lordo, ma difficilmente si troverebbe un economista coerente al punto di considerare beni i maggiori consumi di merci che ne derivano.

Se, dunque, il prodotto interno lordo (PIL) misura il valore monetario delle merci e non prende in considerazione i beni, la decrescita indica soltanto una diminuzione della produzione di merci. Non dei beni. Anzi, la decrescita può anche essere indotta da una crescita di beni autoprodotti in sostituzione di merci equivalenti. Poiché molte merci non sono beni e molti beni non sono merci, la decrescita può diventare il fulcro di un nuovo paradigma culturale e un obbiettivo politico se si realizza come una diminuzione della produzione di merci che non sono beni e un incremento della produzione di beni che non sono merci. Questo processo è in grado di apportare miglioramenti altrimenti non ottenibili alla qualità della vita e degli ecosistemi. Una decrescita guidata in questa direzione, una recessione ben temperata, per usare un’espressione di Élemire Zolla, racchiude intrinsecamente un fattore di felicità. Vive felicemente chi si propone di avere sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e spende tutta la vita per questo obbiettivo? Non vive più felicemente chi rifiuta le merci che non sono beni e sceglie i beni di cui ha bisogno in base alla loro qualità e utilità effettiva, lavorando di meno per dedicare più tempo ai suoi affetti? Vive felicemente chi vive in una società che si propone di produrre sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e sacrifica a questo obiettivo la qualità dell’aria, delle acque e dei suoli? Non vive più felicemente chi vive in una società che antepone il bene della qualità ambientale alla crescita della produzione di merci che non sono beni?

L’annullamento della distinzione tra il concetto di bene e il concetto di merce è il fondamento su cui si basa il paradigma culturale della crescita. Se i beni si identificano con le merci, la crescita della produzione di merci comporta per definizione un aumento della disponibilità di beni e, quindi, un aumento del benessere. Il passaggio preliminare da compiere per costruire il paradigma culturale della decrescita è ripristinare questa distinzione. Altrimenti la decrescita si identifica con la rinuncia, con una riduzione del benessere, con un ritorno al passato. Mentre invece è scelta, miglioramento della qualità della vita, proiezione nel futuro. Chi, se non un asceta, potrebbe desiderare una riduzione del proprio benessere? Riuscirebbe mai la rinuncia diventare un valore condiviso a livello di massa? Se si continua impropriamente a pensare che le merci si identifichino con i beni e che la decrescita consista in una diminuzione dei consumi, senza capire che si realizza smettendo di acquistare merci che non sono beni e incrementando l’autoproduzione di beni in sostituzione di merci che non lo sono, che quel meno si può ottenere attraverso un più che è anche un meglio, il paradigma culturale della crescita non solo continua ad avere una desiderabilità fondata su un bluff e ad alimentare luoghi comuni del tipo «indietro non si torna», ma riaffiora inconsapevolmente anche in alcune categorie concettuali che si utilizzano per criticarlo. Per esempio, nei concetti di povertà e ricchezza.

Nel paradigma culturale della crescita, l’indicatore della ricchezza è il denaro. Se i beni si identificano con le merci, si è tanto più ricchi quanto maggiore è la quantità di merci che si possono acquistare. La soglia della povertà assoluta, su cui convengono sia la Banca mondiale, sia le Organizzazioni non governative, è un reddito monetario giornaliero inferiore ai due dollari. Per chi ha chiara la distinzione tra beni e merci, con un reddito monetario giornaliero inferiore ai due dollari si è poveri solo se si deve comprare tutto ciò che serve per vivere. Solo se si dipende totalmente dalle merci per la propria sopravvivenza. Ma se una gran parte di ciò che serve per vivere si autoproduce sotto forma di beni, due dollari possono bastare per comprare il resto. Una famiglia con pochi soldi che produce la frutta e la verdura con cui si nutre è più ricca e autonoma di una famiglia con più soldi che deve comprarle. Nel tenore di vita della prima un aumento dei prezzi dei prodotti ortofrutticoli non ha alcuna incidenza. Nel tenore di vita della seconda comporta una riduzione della capacità d’acquisto e, quindi, della disponibilità di prodotti alimentari. In caso di riduzione delle forniture di fonti fossili, chi ha un modesto conto in banca ma un po’ di bosco da coltivare per ricavarne la legna necessaria a scaldarsi, è più ricco di chi ha un conto in banca molto maggiore ma deve comprare l’energia di cui ha bisogno e, tutt’al più, può farsi convertire il capitale in banconote da bruciare nel caminetto. Anche prendendole di piccolo taglio per avere più carta possibile, non riuscirebbe comunque a riscaldarsi altrettanto. Nel paradigma culturale della decrescita l’indicatore della ricchezza non è il reddito monetario, cioè la quantità delle merci che si possono acquistare, ma la disponibilità dei beni necessari a soddisfare i bisogni esistenziali. È povero chi non può mettere a tavola i pomodori di cui necessita, non chi non ha il denaro per comprarli.

Il paradigma della crescita è intrinseco alla produzione di merci, mentre è estraneo alla produzione di beni. Se si coltivano pomodori per autoconsumo, non ha senso coltivarne più piante di quante servano per il proprio fabbisogno. Se se ne coltivasse qualcuna in più, si farebbe del lavoro in più senza nessuna utilità. Perseguire la crescita producendo beni sarebbe soltanto segno di scarsa intelligenza. Se invece si coltivano pomodori per venderli e ricavarne un reddito monetario, più se ne coltivano, tanto maggiore è il reddito che si ottiene. In questo caso sarebbe segno di scarsa intelligenza non produrne più che si può. Se si producono beni finalizzati al proprio fabbisogno, non è necessario avere macchinari sempre più potenti e produttivi da sostituire in continuazione con altri macchinari ancora più potenti e produttivi, che sono invece indispensabili se si producono merci da vendere. Non è necessario avere quantità sempre maggiori di energia e di protesi chimiche, né intervenire sulla struttura della materia con le biotecnologie e con la fisica atomica. Se si producono beni si agisce con misura, nella rigorosa accezione matematica del termine, che costituisce il fondamento della musica e della geometria, i due sistemi in cui Pitagora vedeva misticamente riflesse le leggi che regolano l’ordine dell’universo. La produzione di merci implica invece la dismisura, quell’atteggiamento mentale che i greci chiamavano hybris, in cui ravvisavano la rottura dell’ordine che regola la vita e la fonte di ogni tragedia.

Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto interno lordo ha bisogno di sostituire progressivamente i beni (che non lo fanno crescere) con le merci (che lo fanno crescere), inducendo a credere che queste sostituzioni costituiscano miglioramenti della qualità della vita e condannando alla damnatio nominis chi non le effettua. Chi produce beni non ricava denaro dalla sua attività e non può comprare merci, mentre chi smette di produrre beni per produrre merci riceve in cambio un compenso monetario con cui può acquistare merci in sostituzione dei beni che non produce più. Se si è convinti che il denaro sia la misura della ricchezza, questo passaggio diventa desiderabile e si identifica con il progresso, anche se in realtà comporta peggioramenti nelle condizioni di vita. Cosa ha motivato i flussi migratori dalle campagne alle città che hanno accompagnato e accompagnano la crescita del prodotto interno lordo, se non l’identificazione della ricchezza col denaro? Eppure la frutta e la verdura autoprodotte sono qualitativamente molto migliori della frutta e della verdura prodotte industrialmente e acquistate al supermercato; l’aria delle campagne è più sana dell’aria delle città; le case coloniche sono più confortevoli di minuscoli appartamenti in palazzoni di periferia affacciati su stradoni di scorrimento; il frigorifero è inutile per chi può cogliere ogni giorno i frutti di stagione nel proprio orto frutteto.

Le attività che producono beni non sono nemmeno considerate lavorative e non vengono conteggiate nelle statistiche del lavoro. Sono considerate lavorative soltanto le attività svolte in cambio di denaro. Il concetto di lavoro è stato ridotto al concetto di occupazione ed è stato contestualmente svincolato dal concetto di utilità. Chi produce merci totalmente inutili (per esempio i pupazzi vestiti da Babbo Natale che un numero crescente di poveri di spirito appende alle ringhiere dei balconi da novembre a gennaio) rientra nella categoria degli occupati, dal momento che in cambio della sua attività riceve un reddito monetario con cui può comprare merci e nella duplice veste di produttore e consumatore fa crescere il prodotto interno lordo. Invece le casalinghe, o i superstiti produttori agricoli che dedicano la maggior parte del loro tempo all’autoproduzione di beni limitandosi a scambiare con denaro soltanto le eccedenze, non rientrano nella categoria degli occupati perché non ricavano un reddito monetario dal loro lavoro e non contribuiscono alla crescita del prodotto interno lordo. Pertanto, anche se svolgono attività straordinariamente utili, non sono considerati lavoratori.

Un sistema economico libero dall’obbligo della crescita non deve sostituire progressivamente la produzione di beni per autoconsumo con la produzione di merci, ma continua a produrre sotto forma di beni tutto ciò che prodotto sotto forma di merce comporterebbe peggioramenti qualitativi, limitandosi a produrre sotto forma di merce soltanto ciò che non può essere autoprodotto sotto forma di bene. Un vasetto di yogurt comprato, prima di raggiungere la mensa del consumatore percorre qualche migliaio di chilometri, quindi contribuisce alla crescita dei consumi di fonti fossili e dell’effetto serra; produce tre tipologie di rifiuto: carta, plastica e alluminio; ha bisogno di sostanze conservanti che spesso uccidono i fermenti lattici riducendo il suo valore nutrizionale; incorpora nel prezzo di vendita oltre i costi di trasporto e confezionamento, i costi di produzione industriale, di intermediazione commerciale e pubblicitari. Uno yogurt autoprodotto non deve essere trasportato, non produce rifiuti, è ricchissimo di fermenti lattici vivi e, non richiedendo nessun costo oltre quello del latte, ha un prezzo inferiore di due terzi. Contribuisce alla decrescita del prodotto interno lordo, ma è qualitativamente migliore, migliora la qualità ambientale riducendo le emissioni climalteranti e i rifiuti, richiede meno denaro per soddisfare lo stesso fabbisogno alimentare e, di conseguenza, permette di lavorare meno e di avere più tempo per sé. La decrescita indotta dall’autoproduzione dei beni è fattore di felicità. Per quale motivo si dovrebbe preferire comprare lo yogurt e smettere di autoprodurlo, come accade nelle società fondate sulla crescita economica?

La quantità dei beni che si possono vantaggiosamente autoprodurre in sostituzione delle merci che li hanno sostituiti è molto superiore a quanto una mente plasmata dalla cultura della crescita riesca a immaginare. In particolare, la maggior parte dei servizi alla persona che si possono prestare per amore nell’ambito dei rapporti familiari non sono nemmeno paragonabili qualitativamente allo stesso tipo di servizi prestati in cambio di denaro. Tuttavia una propaganda martellante ha fatto credere che il loro affidamento a personale specializzato li migliorasse e, nel contempo, migliorasse la vita di chi invece di prestarli direttamente e gratuitamente ai suoi familiari dedicasse lo stesso tempo a produrre merci per avere in cambio il denaro necessario a comprarli da chi li presta in sua vece, che a sua volta, impegnando il proprio tempo in un lavoro salariato, deve girare una parte della retribuzione per pagare chi fornisce sotto forma di merce ai suoi familiari gli stessi servizi che non ha più tempo di svolgere direttamente e gratuitamente. Presentata come una liberazione attraverso il lavoro, questa spirale ha solo la funzione di accrescere la produzione di merci attraverso un peggioramento della vita di tutti i soggetti coinvolti.

Tuttavia, anche liberando dalla mercificazione tutti i beni che si possono vantaggiosamente autoprodurre e tutti i servizi che si possono fornire gratuitamente per amore, non sarebbe auspicabile né possibile perseguire un’autosufficienza assoluta. Ma non tutto ciò che non si può autoprodurre può essere soltanto comprato sotto forma di merce in cambio di denaro. In tutte le epoche storiche e in tutti i luoghi del mondo dove si sono formati stabilmente gruppi umani a partire dai nuclei familiari, insieme agli scambi mercantili e all’autoproduzione sono state realizzate forme di scambio non mercantili basate sul dono e sulla reciprocità. Seppure in assenza di regole scritte, gli scambi non mercantili si sono dovunque fondati su tre principi: l’obbligo di donare, l’obbligo di ricevere, l’obbligo di restituire più di quanto si è ricevuto.In questa sfera rientrano il dono del tempo, delle capacità professionali, della disponibilità umana, dell’attenzione, della solidarietà, ma non il baratto, che ha dato origine agli scambi mercantili. Pertanto, la dinamica del dono e del controdono crea legami sociali. La parola comunità è composta da due parole latine: la preposizione cum, che significa con e indica un legame, e il nome munus, che significa dono. La comunità è un raggruppamento umano unito da forme di scambio non mercantili.
Se le società fondate sulla crescita del prodotto interno lordo non possono non sostituire in continuazione i beni autoprodotti e gli scambi fondati sul dono e la reciprocità con merci equivalenti, inducendo a credere che questi spostamenti siano fattori di progresso, una società libera da questo vincolo economico e mentale, da questa camicia di forza, ridimensiona gli scambi mercantili a ciò che non può essere più vantaggiosamente autoprodotto e scambiato sotto forma di dono. La sua struttura produttiva si può paragonare a una figura geometrica composta da tre cerchi concentrici. Il cerchio interno rappresenta l’area dell’autoproduzione di beni e servizi. La prima corona circolare l’area degli scambi fondati sul dono e la reciprocità. La corona circolare esterna l’area degli scambi mercantili. In essa le filiere più corte sono più interne e le merci si dispongono progressivamente verso l’esterno man mano che aumentano le intermediazioni commerciali e la distanza tra i luoghi in cui sono prodotte e i luoghi in cui vengono consumate. Le società fondate sulla crescita allargano progressivamente questa area rosicchiando il terreno alle altre due. Una società fondata sulla decrescita estende le due aree interne ridimensionando la terza.

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Nuovo è bello, migliore, più evoluto. Vecchio è brutto, peggiore, più arretrato. Di conseguenza il nuovo deve sostituire il vecchio. Ma per definizione il nuovo non dura. Diventa vecchio all’apparire di un nuovo più nuovo. Più rapidamente il nuovo diventa vecchio e viene sostituito da un più nuovo, maggiore è il progresso. Innovazione, crescita e progresso sono tre modi di raccontare da tre punti di vista convergenti la storia umana come un costante avanzamento verso il meglio.

...Come ogni organismo vivente deve respirare, così l’economia deve crescere. Se non cresce è sintomo che sta male. La parola decrescita è stata persino bandita dal vocabolario. Al suo posto si usa la locuzione crescita negativa, che sarebbe come definire gioventù negativa l’età di un centenario. Una mancanza di logica esibita senza pudore, di per sé solo ridicola, se non fosse l’espressione verbale del rifiuto di capire che una crescita infinita non è possibile in un mondo che, per quanto grande, non ha una disponibilità infinita di risorse da trasformare in merci, né una capacità infinita di assorbire i rifiuti generati dai processi di produzione e dalle merci nel corso e al termine della loro vita. Eppure la competizione politica tra destra e sinistra, tra tutte le destre e tutte le sinistre apparse nella storia, si è sempre incentrata sulle rispettive capacità di far crescere l’economia più della parte avversa. La crescita della produzione è l’obiettivo degli imprenditori, dei sindacati e della finanza. La crescita dei consumi l’aspettativa delle popolazioni. Nel sistema dei valori su cui si fondano le società industriali il più si è identificato e continua a identificarsi col meglio, anche se progressivamente diminuiscono la sua utilità e aumentano i disagi che crea. I danni sono come nascosti da un velo che impedisce di vederli. Le guerre per il controllo dei giacimenti petroliferi, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari e i cambiamenti climatici in corso non vengono messi in relazione con l’incremento dei consumi di fonti fossili necessari a sostenere la crescita della produzione e dei consumi. Come se niente fosse, la destra e la sinistra, tutte le varianti attuali della destra e della sinistra, continuano a mettere la crescita al centro dei loro programmi politici. Sostenere la necessità della decrescita significa pertanto collocarsi al di fuori di questa dialettica e rimettere in discussione il paradigma culturale che ha caratterizzato le società occidentali dalla rivoluzione industriale a oggi. Un obiettivo che richiede uno sforzo di elaborazione immane, a cui sono chiamati tutti coloro che, a partire da una percezione anche soggettiva delle sofferenze che il fare finalizzato a fare di più crea alla vita, a tutte le forme di vita e alla terra in quanto organismo vivente, intendono contribuire a restituire al lavoro la sua intrinseca connotazione di fare bene finalizzato a migliorare la qualità della vita in tutte le forme che essa assume, ben sapendo che solo in questo modo si può migliorare anche la qualità della vita della specie umana.

...Chi si pone l’obiettivo della decrescita non ha pregiudizi antiscientifici o antitecnologici, come insinuano i paladini della crescita. La decrescita non richiede meno tecnologia della crescita, ma uno sviluppo tecnologico diversamente orientato. Le innovazioni tecnologiche di cui ha bisogno nell’edilizia non sono finalizzate a ricoprire in tempi sempre più brevi porzioni sempre più vaste di superficie terrestre con una crosta di materiali inorganici, come accade nei sistemi fondati sulla crescita, ma a costruire edifici ben coibentati allo scopo di ridurre tendenzialmente a zero il fabbisogno di energia per la climatizzazione. Per costruire un edificio che non ha bisogno dell’impianto di riscaldamento per mantenere una temperatura interna di 20 gradi con una temperatura esterna di 20 gradi sotto zero ci vuole più tecnologia di quella che occorre a costruire una casa che consumi 20 litri di gasolio al metro quadrato all’anno, come fanno in media gli edifici costruiti nel dopoguerra in Italia. Ma un edificio che ha bisogno di una minore quantità di energia contribuisce a ridurre il prodotto interno lordo. Tutte le innovazioni tecnologiche che riducono l’impronta ecologica, ovvero la quantità di superficie terrestre necessaria a ogni individuo per ricavare le risorse di cui ha bisogno, consentendo al contempo la loro rigenerazione, comportano una decrescita economica che contribuisce a migliorare la qualità degli ambienti e la vita degli esseri umani. Una decrescita felice.

La crescita ha bisogno di esseri umani incapaci di tutto. Solo chi non sa fare nulla deve comprare tutto ciò di cui ha bisogno per vivere. Chi non sa fare nulla è assolutamente dipendente dalle merci. Il paradigma culturale della crescita implica l’impoverimento culturale degli esseri umani. Il paradigma culturale della decrescita, riducendo l’incidenza delle merci nella soddisfazione dei bisogni esistenziali e potenziando l’autoproduzione di beni, richiede lo sviluppo e la diffusione di un sapere finalizzato al saper fare che rende più autonomi e liberi. Il paradigma culturale della crescita comporta il disprezzo del lavoro manuale e lo relega ad attività di rango inferiore. Il paradigma culturale della decrescita comporta una rivalutazione del lavoro manuale e artigianale, il superamento del lavoro parcellizzato, una ricomposizione unitaria del sapere contro la super-specializzazione che fa perdere la visione d’insieme di ciò che si fa, la riunificazione del sapere come si fanno le cose (cultura scientifica) con la ricerca del senso per cui si fanno (cultura umanistica).

Le città sono luoghi in cui l’autoproduzione di beni e la prestazione non mercificata di servizi alla persona trovano difficoltà difficilmente sormontabili. In città si deve comprare tutto ciò che serve per vivere, per cui tutte le attività lavorative sono esclusivamente finalizzate a ricavare denaro. Chi vive in città non può fare altro che produrre merci per poter comprare merci. Le città sono luoghi di mercificazione totale. La copertura di superfici crescenti con materiali inorganici impedisce l’autoproduzione di cibo. Interminabili file di autotreni carichi di derrate alimentari le raggiungono ogni mattina. Flotte di aerei cargo le riforniscono di cibi provenienti dall’altra parte del mondo. Miriadi di furgoni carichi di ogni tipo di merci, miriadi di automobili, per lo più con una sola persona a bordo che va a produrre o acquistare merci, le attraversano a tutte le ore del giorno e della notte. La predominanza assoluta di rapporti commerciali e competitivi cancella ogni forma di solidarietà e collaborazione tra chi vi abita. I rapporti sociali si fondano sull’interesse e sulla reciproca diffidenza che caratterizzano le relazioni tra chi vende e chi compra. Confusi nella folla gli individui sono soli. Le famiglie che abitano nello stesso palazzo si salutano appena e spesso non si conoscono. Negli appartamenti condominiali sono limitate le possibilità di effettuare la conservazione dei prodotti agricoli e le trasformazioni che molti di essi richiedono per diventare alimenti, eccettuata la preparazione dei pasti. Le unità abitative a misura di famiglie mononucleari non consentono nemmeno di fornire quei servizi alla persona che venivano svolti sotto forma di dono nelle famiglie allargate, specialmente nei confronti delle fasce d’età più bisognose d’assistenza: i bambini e gli anziani. Oltre al cibo, agli oggetti e ai servizi, nelle città occorre comprare anche l’otium, che assume quasi esclusivamente le forme degli svaghi e dei divertimenti massificati. I modi per compensare i disagi sempre più gravi causati dalla loro incessante espansione sono sempre più cari. Gli spostamenti al loro interno tanto più costosi quanto più diventano faticosi e lenti. I mezzi di trasporto che si incolonnano nelle loro strade le avvolgono in una fitta cappa di gas di scarico e le opprimono con un ininterrotto rumore di fondo. Eppure non c’è piano regolatore che non preveda per definizione ulteriori espansioni. Nell’anno 2006 i residenti nelle aree urbane hanno superato la metà della popolazione mondiale e continuano a crescere. Le più grandi di esse superano i 20 milioni di abitanti e si avviano verso i 30. Ma se questa crescita si arrestasse, non crescerebbe più il numero di coloro che devono comprare sotto forma di merci tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere e si ridurrebbe la crescita del prodotto interno lordo. Le città sono escrescenze tumorali che devastano il corpo di Gaia, incrostandolo di materiali inorganici e di rifiuti. Solo la decrescita può riportare alla fisiologia questa patologia. La rivalutazione dell’autoproduzione e degli scambi non mercantili, della solidarietà e della dimensione comunitaria, implica un ampio processo di de-urbanizzazione.

...Per arrestare la crescita e trasformarla in decrescita basta ridurre la domanda di merci. Poiché nessuno può obbligare qualcuno a comprare qualcosa, i consumatori hanno nelle loro mani un’arma molto potente, soprattutto in considerazione del fatto che nei paesi industrializzati la crescita dei consumi è ormai sostenuta dall’inutile. Per superare questa difficoltà oggettiva, i costi sostenuti dai produttori per convincere i consumatori a comprare le loro merci sono una quota sempre più rilevante dei costi di produzione totali. E quando il canto delle sirene pubblicitarie non basta a far perdere la testa per cose di cui non si ha bisogno, o non servono a niente, si inoculano nel tessuto sociale dosi massicce di idiozia rivestendo di una presunta valenza etica l’atto dell’acquistare, indipendentemente da ciò che si acquista. «Per far crescere l’economia e ridurre la disoccupazione bisogna rilanciare i consumi», sentenziano gli economisti. Buy something, traducono i pubblicitari. Comprate qualcosa. Non importa cosa. All’attuale livello di crescita non si lavora più per produrre qualcosa che serva, ma si deve comprare qualcosa che non serve per poter continuare a produrre.

Socrate andava di tanto in tanto al mercato per vedere quanto fosse grande il numero delle cose di cui non aveva bisogno. Senza essere Socrate, chi ha un po’ di rispetto per la sua intelligenza e vuole contribuire a fermare la crescita tumorale del prodotto interno lordo non può che proporsi il buy nothing come stile di vita. Nel paradigma culturale della decrescita la sobrietà è uno dei valori fondanti, che non a caso il paradigma culturale della crescita ha ridicolizzato, derubricandola a taccagneria. Ma la sua valenza positiva rischia di rimanere appannata se viene confusa con l’ascetismo o con un atteggiamento di rinuncia motivata da più nobili e alti motivi: per non esaurire le risorse, per ridurre l’inquinamento, per non sottrarre il necessario ai poveri, per valorizzare la dimensione spirituale dell’uomo, per sostituire le merci ad uso individuale con merci ad uso collettivo. La sobrietà non è rinuncia, ma una scelta di vita che fa stare meglio non solo chi la pratica, ma la specie umana nel suo insieme. Chi confonde il benessere col tantoavere accumula soltanto frustrazioni e insoddisfazioni. Non vive bene. Nella società che ha raggiunto i massimi livelli del consumismo materialista, gli Stati Uniti, metà della popolazione fa uso sistematicamente di psicofarmaci. A chi invece si limita a utilizzare con sobrietà quanto serve per vivere senza restrizioni né sprechi, rimane il tempo per dedicarsi alle sue esigenze spirituali. Chi non si limita ad essere un transito di cibo, per ripetere le parole di Leonardo da Vinci, può raggiungere più elevati livelli di realizzazione umana, rispondere a bisogni esistenziali più profondi, vivere più intensamente e ripetere con Baudelaire: Ho più ricordi che se avessi vissuto mille anni.

La sobrietà non è solo uno stile di vita, ma anche una guida per orientare la ricerca scientifica e le innovazioni tecnologiche a ottenere di più con meno. È la capacità di saper distinguere il più dal meglio, la quantità dalla qualità. La costruzione di edifici in grado di assicurare il benessere col minimo consumo di risorse, la progettazione di oggetti fatti per durare nel tempo, la riparazione invece della sostituzione, il riciclaggio e la riutilizzazione delle materie prime di cui sono fatti. Sebbene l’adozione di uno stile di vita basato sulla sobrietà abbia una valenza politica intrinseca perché contribuisce a una riduzione della domanda, tuttavia non esime da un impegno politico finalizzato a orientare le scelte pubbliche in base allo stesso criterio. I cittadini consapevoli della necessità di ridurre i rifiuti per ragioni etico-ambientali, non possono non impegnarsi politicamente affinché le pubbliche amministrazioni prendano le decisioni necessarie a realizzare un’efficace sistema di raccolta differenziata, riuso e riciclaggio. Ma le scelte delle pubbliche amministrazioni ispirate a criteri di sobrietà non possono ottenere risultati significativi senza la partecipazione consapevole dei cittadini. I cittadini che decidono di usare i mezzi pubblici per ridurre l’inquinamento da traffico non possono non impegnarsi politicamente per indurre le pubbliche amministrazioni a porre limitazioni alla circolazione automobilistica e potenziare le reti di trasporto collettivo. La sobrietà può essere perseguita come scelta di benessere individuale, ma se si traduce in proposte e scelte politiche, i suoi benefici diventano incomparabilmente maggiori.

La sobrietà però non basta. È condizione necessaria, ma non sufficiente per la decrescita. Consente di ridurre il consumo di merci, ma se non si affianca all’autoproduzione e allo scambio non mercantile di beni non libera dalla necessità di acquistare sotto forma di merci tutto ciò che serve per vivere. Se ci si limita a comprare meno merci, si contribuisce soltanto a ridurre, o anche a invertire, la crescita del prodotto interno lordo, ma non a modificare il suo ruolo di parametro del benessere. Si cambia solo il valore delle tacche lungo lo stesso asse graduato, ma non si ridisegna l’asse. L’autoproduzione e gli scambi non mercantili di beni non solo possono contribuire in maniera determinante alla decrescita, ma liberano radicalmente dall’onnimercificazione l’immaginario collettivo, la conoscenza, i rapporti sociali, i criteri di interpretazione della realtà. Non si limitano a rallentare la velocità con cui la crescita sta portando la specie umana verso un precipizio senza ritorno, ma guidano in un’altra direzione il suo cammino.

...La decrescita è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione.
La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi gli uomini dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.

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