La casa in cui vivo...riflessioni

9 Gennaio 2019

...da qualche giorno ho come un tarlo che mi lavora dentro  e che mi porta a riflettere cercando la condivisione o "le risposte" a quello che sento e a quello che provo...

Ringrazio di non avere priorità di vita o morte e di potermi anche permettere problemi più simili a "seghe mentali" che a veri e propri problemi ma se penso che, nella mia vita di coppia, le mansioni da "casalinga" sono state sempre oggetto di malumore e litigoni pazzeschi, sento di poter affermare che, per noi, è un grandissimo e irrisolvibile problema.

 

Mi gratifico per un grande passo avanti compiuto proprio oggi per un atteggiamento che non è mai stato vincente! Partivo dalla sua camera...e la mia schiena reggeva al massimo fino alla soglia della sala da pranzo. Certo! Ho imparato a dirmi "meglio così che niente" o ""meglio adesso di prima" ma la realtà è che poi il mal di schiena mi inchiodava per giorni, mi adagiavo sugli allori e la volta dopo ripartivo nuovamente dalla sua camera e...e arrivavo si e no alla soglia della sala.

 

In sala e cucina viviamo la maggior parte del nostro tempo.

La cucina è sicuramente l'ambiente di casa che riceve più cure soprattutto perché il secchiaio si riempie e i piatti puliti "finiscono".

La sala contiene la tanto amata-odiata TV e lo stendino perennemente aperto. Ieri ho stirato tutto quanto conteneva e sono addirittura arrivata a chiedermi dove andasse riposto lo stendino!

 

Oggi, quindi, sono partita dalla cucina.

Dopo aver preparato e acceso la lavastoviglie, ho pulito i piani di lavoro e sono partita di aspirapolvere. Con il mio Dyson V8 mi sentivo fortunata! Immeritatamente fortunata perché ho quel mostro aspiratutto a disposizione e rimane per giorni inutilizzato! Prima la cucina, poi un tappeto all'entrata e i tunnel dei gatti. 

Finita l'autonomia della batteria! "Meglio di prima!" mi sono detta e sono tornata in ufficio per riflettere su quanto stavo provando...

 

Il passo successivo è stato cercare qualcuno con cui condividere ciò che provo, sento e vivo e ringrazio di avere Amici con cui è stato possibile farlo.

Al telefono o via WhatsApp  con messaggi vocali, la condivisione che cercavo è arrivata e mi ha arricchito di stimoli di riflessione...cui non sono proprio sorda...

 

  • ho sempre tutto sotto controllo, tranne me
  • se penso che il mio modo di vivere sia quello giusto, rischio di diventare coercitivo su chi mi vive attorno
  • mi trovo le mie cosine da fare e le faccio per me
  • non ci posso rinunciare, mi dà soddisfazione
  • ogni estremo può diventare un problema
  • disordine e sporcizia mi creano imbarazzo e mi allontano
  • sono affascinato dall'ordine, mi dà sicurezza, mi crea confort, appaga il mio senso estetico
  • non impongo quello che mi fa stare bene
Sono proprio fortunata!
E, come amo fare, ho cercato di approfondire nel web per potermi guardare meglio nello specchio e zittire il mio genitore interiore critico e coccolare quello amorevole che mi dice che "anche io" vado bene così come sono. 

 

 

 

 

Vivere sepolti in casa nel disordine e nella sporcizia

 Pubblicato il da Paola Federici

Si chiama “disposofia” il disturbo mentale che porta all’accumulo, una sottospecie dei disturbi ossessivo-compulsivi.

I cosiddetti "Accumulatori compulsivi", sono coloro che soffrono di un disturbo mentale che solo di recente è stato riconosciuto come tale, mentre fino a qualche anno or sono veniva malamente tollerato dai familiari che consideravano il genitore, il parente o l’amico un inguaribile disordinato, spesso giudicandolo pigro e incapace di tenere pulita e in ordine la propria casa.

In realtà si tratta di una malattia mentale, che in Italia ha faticato più che negli USA ad emergere a causa della tendenza , tutta italiana, al nascondimento, alla vergogna, al voler lavare i panni sporchi in famiglia. Questi atteggiamenti, uniti all’ignoranza sull’argomento, hanno portato il disturbo ad essere poco conosciuto e questi malati sono stati sempre considerati non come persone malate bisognose di aiuto, ma colpevolizzate tout court. 
Invece le statistiche hanno raccolto dati impressionanti:  in Italia soffrono di "Hoarding Disorder". Solo che fino a ora non se ne aveva la percezione, perché nessuno chiamava i servizi sociali o faceva visitare il congiunto da uno psichiatra, considerandolo semplicemente una persona bizzarra. 

I parenti spesso peggiorano la loro condizione, perché,  pensando di fornire aiuto, si limitano, al massimo, a far ripulire le stanze, a gettare via gli accumuli di oggetti, quasi sempre all’insaputa dei diretti interessati che, al loro rientro a casa, si sentono completamente perduti fino all’orlo di un’angosciante disperazione, nel non trovare più nulla di quelle cose, per altri insignificanti, ma che per loro rappresentavano il pur labile filo di collegamento alla realtà, grazie al legame che ogni oggetto rappresenta per loro dal punto di vista affettivo. Che si tratti di  vecchi barattoli vuoti, o di oggetti nuovi ancora con l’etichetta attaccata, o di stracci inutili, o di pile di giornali vecchi e polverosi, negli anni il ciarpame ricopre i mobili, le suppellettili, la cucina, il bagno, il pavimento, tanto da non consentire una vita normale. Il cibo non si cuoce più perché il fornello è inagibile, non si dorme più nel letto perché sovraccarico di cose che non è permesso spostare, non esistono tavoli liberi per cui si mangiano scatolette in piedi, non si trovano gli oggetti di uso e consumo perché sepolti sotto sacchetti e immondizia e, se in casa vivono animali, si sta anche in mezzo agli escrementi e a un olezzo insopportabile.

L’accumulo compulsivo non è una forma di psicosi , come si pensava fino a un decennio fa – ma una sottospecie – afferma oggi la psicologia – del disturbo ossessivo compulsivo. Come dire che questi malati “non possono fare a meno” di continuare a raccattare cose, nuove o usate, di raccogliere avanzi e oggetti rotti dai cassonetti dell’immondizia, di recuperare o perfino acquistare oggetti astrusi e inutili. Agli oggetti i malati legano le proprie sicurezze, la propria identità disastrata: anche se sono solo dei rifiuti, per loro assumono un significato affettivo fondamentale, che non può essere smantellato con un trasloco o una disinfestazione.

... 

La patologia pare abbia una propria base fisiologica in una variazione nella conformazione del cervello in chi ne soffre. Ma non tutti coloro che presentano tale diversa conformazione si ammaleranno, perché sono determinanti i fattori ambientali più o meno favorevoli nel rendere conclamata la malattia. Quando ciò accade, se il disturbo non viene riconosciuto è trascurato per anni, i pazienti scivolano verso una progressiva condizione di abbandono e di trascuratezza, finché sarà troppo tardi per apportarvi un rimedio. Non alla casa, quanto alla mente del poveretto.

E’ però fondamentale un intervento di equipe: lo psichiatra a livello farmacologico, lo psicologo-psicoterapeuta per un affiancamento e una ricostruzione dell’identità e delle sicurezze, gli assistenti sociali per la rilevazione della condizione degli spazi dal punto di vista organizzativo ma anche igienico–sanitario.

 

Personalità e condizione psicofisica degli accumulatori compulsivi.

Questi soggetti si trovano da anni in condizioni di stress forzato e spesso sono lasciati soli a risolvere i propri problemi. ...Possono essere fermamente convinti che più cose si possiedono più valore si acquista agli occhi degli altri: una distorsione cognitiva che li “obbliga” in modo compulsivo a continuare ad accumulare...Dappertutto il tanfo di immondizia marcia attira scarafaggi e insetti che ormai invadono la casa con i topi che ci hanno fatto i nidi. Nonostante queste evidenti constatazioni, per loro è impossibile procedere da soli a ripulire e soprattutto cominciare a gettare via. ...L’abbandono fa il resto.

 

Interventi utili dell’equipe di sostegno. 

...la sola ancora di salvezza, pur con grandi incertezze e paure, è quando si accetta di aprire la porta di casa, di lasciare che si cominci a pulirla potendo partecipare a dare indicazioni. La partecipazione dell’interessata è fondamentale per non farla regredire psichicamente a livelli ancora più limitanti. E’ altresì importante chiederle il permesso di buttare, anche cercando di convincerla, per conservare il suo senso di identità già molto traballante.

 

Il sostegno di una psicoterapeuta c’è di continuo, soprattutto nelle prime fasi del lavoro, il giro della sua casa viene compiuto insieme alla terapeuta. Un giro difficile perché occorre cominciare a concordare cosa è possibile cominciare ad eliminare e solo il pensiero crea angoscia: gli oggetti sono come un aggancio col passato, oggetti transazionali di tipo affettivo.

E’ molto difficile il percorso per arrivare ad accettare la presenza degli operai e dei volontari per un parziale sgombero.

 

 

 

 

Sei disordinata? Ecco cosa significa.

Essere disordinati: è un bene o un male?

 

L'annosa questione che divide disordinati e amanti dell'ordine possiede una struttura psicologica complessa. Innanzitutto è bene dire che esistono diversi tipi di disordine, così come di ordine. Se la tendenza al caos può sfociare in una sciatteria confusionaria, è altrettanto vero che comportarsi in modo eccessivamente maniacale nel fare ordine può essere una spia di un profondo bisogno di controllo.

 

Secondo test svolti presso l'Università di Groningen chi è disordinato sembra reagire con più prontezza, elasticità e creatività: rispetto alle persone tendenzialmente ordinate, i disordinati mostrerebbero meno ansia e più flessibilità di fronte ai cambiamenti.

Alcune ricerche hanno evidenziato che sul lavoro un ambiente ordinato tenderebbe ad influenzare comportamenti legati al rispetto delle regole e del benessere, mentre il disordine costituirebbe uno stimolo per la creatività.

"Va però specificato che gli ordinati vanno distinti in 2 tipologie: i maniaci del controllo, presumibilmente tendenti a soffrire di DOC (disturbo ossessivo maniaco-compulsivo) e gli ordinati semplicemente metodici, cioè non patologici: a questi ultimi non va negato il riconoscimento di essere creativi, anzi possono esserlo malgrado alcune ricerche in campo psicologico sembrino evidenziare il contrario" – precisa il prof. Roberto Pani, docente di psicologia clinica all’Università di Bologna.

Naturalmente, si tratta di generalizzazioni a cui è bene prestare attenzione, senza riconoscersi arbitrariamente nell’uno o l’altro versante di gestire la disposizione dei propri oggetti.

Tuttavia, negli ambienti di casa è necessario distinguere il disordine che a livello visivo può sembrare caotico e che, invece, risulta è indice di interessi e passioni che si sommano, dal caos sciatto, il quale invece suggerisce un altro tipo di analisi. "Ci sono persone che ad esempio leggono riviste, lasciandole in giro per casa, magari aperte nel punto esatto di lettura; altre persone invece mangiano una banana, e lasciano la buccia sul divano, senza pensarci: sono 2 esempi che spiegano la differenza tra i due tipi di disordine. Nel secondo caso, la sensazione che ne deriva è quella di un disordine molto più profondo" – spiega lo psicoterapeuta Pani.

Una scrivania o uno studio possono sembrare disordinati all'occhio di un visitatore sconosciuto, mentre il proprietario conosce esattamente dove trovare documenti, piuttosto che i lavori da terminare o gli appunti di cui è bene ricordarsi, magari strappati da un giornale come fonte d'ispirazione: è quel che si dice “trovare ogni cosa nel proprio disordine".

"Si tratta di un disordine voluto, che una sua logica precisa che l’individuo sa riconoscere. Alcune persone sono abituate a lasciare le proprie cose in modo disordinato, appunto, come se facessero parte di un piano di sistemazione (anche mentale) coerente con la loro personalità, spesso noto solo a loro!" – continua l’esperto in psicologia.

 

Ben diverso è il caso di chi lascia che il disordine trionfi sommergendo qualsiasi tentativo di organizzazione. Questo tipo di disordine spesso può essere indice di una fuga nell'adolescenza: il rifiuto delle regole, vissute come una gabbia imposta, si traduce nella difficoltà a organizzarsi. Quando il disordine diventa caos, per esempio in una casa, si manifesta un lato legato all'infanzia, il volto di un bambino che chiede aiuto. "In effetti, ci sono persone che inconsapevolmente hanno bisogno del disordine perché questo diventa un pretesto per bloccarsi nella vita: è come se avessero paura di andare avanti, perché si trovano più a proprio agio nella confusione piuttosto che mettere ordine, che in psicologia diventa una metafora dell’andare avanti e realizzare un progetto" – chiarisce il Prof. Pani.

 

La tendenza all'essere disordinati può parlare della difficoltà a perseguire un obiettivo, atteggiamento proprio di chi inizia attività e cose diverse abbandonandole dopo poco. Se disordine significa perdere bollette importanti, lasciare scarti o involucri dei cibi in giro per casa o in auto, dimenticare pile di biancheria già asciutta in un angolo o lasciare che ciò di cui abbiamo bisogno si perda (salvo poi dover utilizzare tempo per le ricerche) è bene farsi qualche domanda.

Senza cadere nello stress del tutto sotto il controllo, l'ordine, soprattutto tra le pareti domestiche, aiuta ad organizzare meglio se stessi e la famiglia, oltre a incidere positivamente sul risparmio di energie e tempo.

"Come dire, a volte il cambiamento psicologico inizia proprio dal mettere ordine tra le proprie cose, e quindi nella propria mente: è ciò che mi raccontano tutti i pazienti a prescindere dalle problematiche di fondo" – conclude il Prof. Roberto Pani.

 

 

 

Piccoli deliri quotidiani: il disturbo ossessivo-compulsivo

 

Pensieri indesiderati e invadenti, strane “manie” di cui non riusciamo a liberarci. Parliamo delle ossessioni e delle compulsioni, di come funzionano e di cosa nascondono.

Siamo tutti un po’ ossessivi, entro certi limiti: controlliamo, magari due volte, quando vogliamo essere sicuri di aver fatto qualcosa, come chiudere il gas, ordiniamo le nostre cose sempre in un certo modo, o sistemiamo di nascosto gli oggetti disallineati, perché ci urta l’asimmetria. Anche i rituali civili o religiosi hanno aspetti ossessivi, che servono a contenere le ansie e le paure umane.

 

L’ossessività è utile nella vita, per la nostra sopravvivenza ma anche per le nostre performance: pensiamo all’impegno che mettiamo per svolgere in maniera esemplare prestazioni scolastiche, lavorative, sportive o artistiche.

Quando tutto questo diventa un disturbo?

Si può rispondere, semplificando, che lo diventa quando l’aspetto del controllo si moltiplica all’infinito, oppure quando il perfezionismo, o le manie di ordine e pulizia, ci impediscono di goderci la vita, o anche semplicemente di portare a termine le nostre attività.

 

Il meccanismo ossessivo ha la funzione di disinnescare l’ansia,

come un “interruttore” che

converte un’angoscia ingestibile

in un’ossessione,

più facilmente governabile.

 

A fronte delle ossessioni, si sviluppano le compulsioni, come modalità di gestire l’ansia ossessiva, fino al possibile sviluppo di un vero e proprio disturbo ossessivo-compulsivo. Il problema è che le ansie e le paure che ne sono alla base vengono sempre più allontanate dalla coscienza, e non potendo essere affrontate, si ingigantiscono e prendono il controllo della nostra esistenza.

 

Cosa sono le ossessioni?

Le ossessioni sono dei pensieri ricorrenti e invadenti, nel senso che arrivano senza il nostro permesso e non riusciamo a liberarcene. Sono idee, impulsi, immagini, fantasie o dubbi indesiderati, inappropriati, fonte d’ansia: possono andare dalle preoccupazioni sull’ordine e la pulizia, a dubbi sull’avere fatto o meno (bene) qualcosa, a “film mentali” sulle cose brutte che potrebbero accadere a noi o ai nostri cari, alla paura infondata di avere qualche malattia, a fantasie insistenti che non ci appartengono, ma ci perseguitano.

Le ossessioni sono spesso fonte di “intrattenimento” sadico per la mente: la persona ne è effettivamente torturata, al di là della sua volontà, ma non ne può fare a meno, quasi va a ricercare quel pensiero penoso, talvolta in un curioso misto di attrazione e repulsione. Più tenta di liberarsi di tali pensieri, più questi irrompono più prepotenti di prima, spesso ostruendo la vita mentale e compromettendo l’attenzione e la concentrazione.

 

Cosa si intende quando si parla di compulsioni?

Le compulsioni sono i comportamenti ripetitivi che si mettono in atto, spesso sotto forma di rituali, per tenere a bada l’ansia ossessiva: riordinare, controllare, allineare gli oggetti in certo modo, lavarsi continuamente le mani, accumulare cose inutili, alzarsi mille volte a verificare la chiusura del gas o delle porte. Possono essere anche azioni mentali: ripetere alcune frasi nella mente, contare, pregare, ecc. Possono rientrare, con riserva, in questa categoria contare le calorie, sottoporsi ad esercizi fisici estenuanti o a continui interventi estetici, il gioco compulsivo.

 

Questi comportamenti sono rigidi, cioè seguono schemi precisi, compulsivi, nel senso che la persona si sente obbligata a metterli in atto per ridurre l’angoscia, il disagio o prevenire le situazioni temute: se faccio questo, allora non succederà quest’altro, in una sorta di pensiero magico, che appartiene profondamente al lato emotivo e pre-razionale dell’essere umano, come possiamo osservare nei bambini, ma anche negli adulti schiacciati dalla sofferenza psichica.

Le azioni compulsive non sono abitudini, per quanto particolari, o rituali volontari, dotati di senso, anche se talvolta possono essere “razionalizzate” e disciplinate dalla persona che ne soffre. Non c’è un collegamento realistico tra queste condotte e ciò che dovrebbero neutralizzare o prevenire. Causano disagio, dispendio di tempo ed energia, modificano le abitudini quotidiane e interferiscono sul funzionamento della persona, che tipicamente è consapevole della loro irragionevolezza ed eccessività.

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Abbiamo alla base un forte vissuto d’angoscia, spesso inconsapevole, legata a conflitti personali, a difficoltà a contenere le emozioni e a gestire sentimenti aggressivi, sessuali o di dipendenza ritenuti inaccettabili. Il bisogno di controllare l’ambiente esterno corrisponde alla necessità di tenere a bada questi vissuti interni, percepiti come pericolosi e incontrollabili. 

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Purtroppo, le ossessioni e le compulsioni, lasciate a se stesse, tendono ad autoalimentarsi: più la persona tenta di allontanarle da sé, più ritornano forti e invadenti. Anche i tratti caratteriali ossessivo-compulsivi tendono a irrigidirsi sempre di più con il tempo. La persona vive male, non si gode la vita, e tende ad esaurire le persone vicine.

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