Anoressia e Bulimia

 

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ANORESSIA (a cura della Redazione di psicolinea)

"Anoressia" deriva dalle parole greche "an" "òrexis" e significa "perdita dell'appetito". In realtà la perdita vera e propria dell’appetito arriva solo nella fase avanzata della malattia, quando la persona è largamente sotto peso, l’organismo è fortemente indebolito e le funzioni digestive sono ormai compromesse.
Nella fase iniziale della malattia invece, il soggetto anoressico prova appetito come tutti, solo che si impedisce di portarlo a coscienza, lo si sopprime.
Questa ferrea auto-disciplina viene appresa in genere dopo una dieta. Non a caso le persone anoressiche sono quasi sempre state in passato un po’ sovrappeso ed hanno cominciato la loro battaglia con il cibo cominciando proprio da una dieta. In seguito gli obiettivi di dimagrimento diventano sempre più ambiziosi e così comincia l’anoressia.
Molti fattori possono determinare l’insorgenza dell’anoressia: un violento shock emozionale, un trauma, uno stato depressivo (‘mi si chiude lo stomaco’), una fobia legata all’alimentazione (difficoltà nella deglutizione, paura che il cibo sia contaminato ecc.).
L'anoressia colpisce prevalentemente le adolescenti fra i tredici ed i venti anni (in una percentuale che va dallo 0,5 all' 1 %), specialmente soggetti di intelligenza elevata ed ottimo rendimento scolastico.
Come si comincia? All’inizio si può cominciare eliminando dal proprio menù uno specifico alimento, considerato troppo calorico, per poi aggiungerne sempre degli altri; un’altra modalità è quella di cominciare ad alimentarsi solo con prodotti liquidi o semi-liquidi, disabituandosi gradualmente alla masticazione e dunque alla dieta completa; infine ci si può spingere verso l’anoressia attraverso una scelta di alimentazione esclusivamente vegetariana. (Il che non significa che tutti coloro che scelgono di essere vegetariani sono a rischio di anoressia, ovviamente...)
Accade ai soggetti anoressici di perdere il senso della realtà, per cui arrivano a vedere riflessa nello specchio la propria immagine deformata, mai abbastanza magra e sempre con qualche rotondità o ‘gonfiore’ di troppo, che desiderano far scomparire, specialmente nella zona dell’addome, dei glutei o delle cosce.
Paradossalmente, la perdita di peso non è mai rassicurante: una volta raggiunto questo obiettivo si teme di ‘tornare indietro’ e di riacquistare peso. La cosa curiosa è che l’interesse per il cibo, anche in un caso di conclamata anoressia è, contrariamente a quanto si potrebbe credere, elevatissimo: non è infrequente ad esempio che un’anoressica ami molto la cucina, ami preparare per i familiari e per gli ospiti dei raffinati piatti e sia abbonata a riviste di cucina. Se l’attrazione del cibo è stata troppo forte e l’anoressica si è consentita una occasionale abbuffata, è molto probabile che poi ricorra al vomito per eliminare parte il cibo ‘colpevolmente’ ingoiato.
Altrettanto frequente è l’uso di lassativi e diuretici. Dal punto di vista psicologico, la personalità del soggetto anoressico è molto rigida, ha difficoltà di interrelazione con gli altri, soffre di distimia e di senso di inadeguatezza, è disinteressato alla sessualità.
Nei casi più gravi, la malattia si cronicizza e si può arrivare anche alla morte, causata da cachessia (gravissimo deperimento organico dovuto alla diminuzione di peso che arriva ad essere del 30% inferiore al peso normale), o da una banale malattia, non sufficientemente trattata dal sistema immunitario, anch’esso indebolito.
La percentuale di mortalità viene indicata tra il 5% e il 20% dei casi.
La famiglia del paziente anoressico è in genere costituita di un padre debole, perlopiù assente, che ha un rapporto conflittuale con la madre.Le emozioni tuttavia in questo tipo di famiglia vengono difficilmente espresse, ci si perde nell’analisi dei dettagli e si rinuncia ad una visione complessiva della realtà, magari per trovare qualche rimedio.
La madre in particolare sembra avere, in questo quadro, le responsabilità maggiori, essendo in genere una personalità rigida, iperprotettiva, onnipresente, ma non tenera, non affettuosa.
Accade così che la figlia adolescente, che si vede sempre più somigliante fisicamente all’immagine della madre, cerchi, attraverso il dimagrimento, il rifiuto del cibo, la continua attività fisica, una sua via di auto-affermazione, un progetto di dieta che la pone contro la famiglia e che richiede, per essere realizzato, molta forza di carattere.
Da queste continue rinunce sul cibo l’anoressica acquisisce una crescente stima in sé stessa, a causa del profondo senso di eccitazione, di purezza e di potere spirituale che il digiuno comporta.
http://www.psicolinea.it/t_a/anoressia.htm

mi sto "appoggiando" al sito psicolinea dopo aver richiesto una loro autorizzazione scritta a farlo...
ho scoperto il loro sito casualmente e mi sembra che i vari temi siano affrontati in maniera semplice ed esaustiva anche per i più incompetenti come me...
l'altra sera, alla "cena" con i colleghi, ho lasciato correre un confronto con due povere ignoranti che hanno sempre la verità in mano proprio su questo tema che, purtroppo, conosco molto bene per esperienza personale visto il mio passato di ad alto rischio in cui cercavo di controllare l'assunzione del cibo con l'uso di anfetamine...
ho lasciato correre la discussione ma ho sentito forte il desiderio di confrontare il mio pensiero con qualcuno che veramente avesse la verità in mano...e la risposta l'ho trovata...
so che una cara amica ha un problema con una figlia che ha grossi problemi con l'alimentazione...
spero che questo mio amorevole post possa contribuire ad aiutarla a mettersi in discussione come madre...

BULIMIA di Dr.Giuliana Proietti
Il termine bulimia deriva dal greco boulimia e definisce una fame enorme, smisurata, un sentimento soggettivo di coazione invincibileall’alimentazione, con perdita di controllo. Il disturbo è molto più frequente nel sesso femminile (l’85% dei soggetti bulimici sono donne) ed insorge in una fascia d’età compresa fra i dodici ed i trentacinque anni, raggiungendo il picco massimo fra i 17 ed i 19 anni.
La bulimia è diffusa in tutte le classi sociali (vi sono soggetti bulimici anche fra i barboni senza fissa dimora!). Molto spesso questa patologia tende ad essere tenuta nascosta per vergogna: in effetti il disturbo può essere ‘mascherato’ per anni ai familiari, visto che un comportamento bulimico può essere riscontrato non solo in soggetti ‘sovrappeso’, ma anche nei ‘normopeso’ e nei ‘sottopeso’.
La bulimia in genere segue o facilmente si alterna con periodi di anoressia. Il peso corporeo, malgrado le abbuffate alimentari, può essere mantenuto costante, o addirittura ridotto, a causa della messa in atto di comportamenti compensatori, come il vomito, che può verificarsi ogni due-tre giorni o quotidianamente, l’uso di lassativi, l’esercizio fisico.
L’abbuffata, di cibi vari, anche se soprattutto dolci e semiliquidi, continua fino alla comparsa di dolore addominale, senso di nausea, sonnolenza, senso di pienezza o vomito. In genere le abbuffate avvengono di nascosto, in solitudine, perché il soggetto si vergogna di questo suo comportamento ed è in genere sopraffatto dai sensi di colpa.
L’accaparramento del cibo e le pratiche di eliminazione sono, nella vita, di questi pazienti, dei veri e propri rituali, che non amano trasgredire: ecco perché non amano essere coinvolti in situazioni sociali o in eventi non organizzati.
Le abbuffate compulsive capitano in media due volte alla settimana per almeno tre mesi e suscitano sofferenza e disagio; esse aumentano nei momenti in cui il soggetto si trova ad affrontare qualche forma di stress.
L’assunzione di cibo avviene molto più rapidamente del normale, anche senza fame, in perfetta solitudine, provando, durante la crisi, la sensazione di perdita dell’autocontrollo e subito dopo disgusto per sé stessi o intensa colpa. Secondo il Dsm-IV un’abbuffata compulsiva è definita da due caratteri:
- assunzione di cibo in un periodo di tempo circoscritto (pochi minuti o ore) una quantità di cibo assai superiore a quella che la maggior parte delle persone assumerebbe in un periodo di tempo simile ed in simili circostanze;
- mancanza di controllo sull’atto di mangiare durante l’episodio (ad esempio sentire di non poter smettere o di non riuscire a controllare cosa e quanto si sta mangiando).
Il comportamento bulimico viene inoltre distinto in due sottogruppi, a seconda che presenti pratiche di svuotamento che utilizzano il vomito o l'abuso di lassativi e diuretici, oppure il digiuno e/o l'esercizio fisico strenuo per il controllo del peso corporeo.
Nel quadro clinico del paziente bulimico particolarmente rilevanti appaiono i fattori psicologici, quali bassa autostima, disturbi dell'umore, fobie sociali, impulsività, elevata sensibilità interpersonale, scarsa tolleranza alla frustrazione, tendenza all’atto, insoddisfazione per il proprio corpo. Tra i più frequenti fattori causali è sicuramente il ricorso a numerosi e ripetuti tentativi di dieta e l’eccessivo interesse attribuito all’essere magri o sovrappeso. A tutto questo si aggiunge in genere un carattere ansioso, instabile, teso, infelice, affetto da sensi di colpa, senso di fallimento e bassa autostima. La famiglia del bulimico presenta genitori che hanno difficoltà di rapporti, scarsa comunicazione interpersonale.
L'alimentazione rappresenta allora un modo, usato soprattutto dalla madre, per distrarre i figli dalle loro richieste di indipendenza e per cercare di placare i propri sensi di colpa nei loro confronti. I soggetti bulimici, a differenza degli anoressici, sono più aperti, estroversi, disinibiti e non è infrequente che ricorrano spesso all’alcool o alle droghe leggere ed a comportamenti sessuali a rischio. In genere una persona bulimica tende ad evitare le situazioni conviviali e questo comporta spesso l’isolamento sociale.
Tra i comportamenti di eliminazione frequentissimo è il vomito, inizialmente autoindotto, attraverso le dita o l’uso di spazzolini per i denti, cucchiai eccetera, ma con il tempo può diventare spontaneo, facilitato dal semplice piegarsi o dalla compressione dell’addome. Da un punto di vista organico il vomito ripetuto e l'abuso di lassativi e diuretici inducono scompensi dell'equilibrio elettrolitico, riducendo i livelli ematici di potassio, con serie ripercussioni a livello cardiaco, renale, cerebrale.
Altre patologie secondarie al vomito sono le erosioni gravi dello smalto dei denti, gastriti, esofagiti, emorroidi, prolasso rettale. Tutti gli studi concordano nell'affermare che la bulimia presenta, nei confronti dell’anoressia, un quadro più complesso e grave di patologie concomitanti, fra cui una severa depressione e disturbi non lievi della personalità.
La bulimia può risolversi in pochi episodi, concentrati in pochi mesi, oppure cronicizzarsi ed in questo caso portare a complicanze mediche o a comportamenti autolesionisti. Più del 50% dei soggetti guarisce completamente nel corso della vita e molti alternano fasi di relativo benessere a ricadute importanti. Il trattamento è in genere basato su psicoterapia individuale o familiare associata a terapia farmacologica (soprattutto con antidepressivi).
Infatti, cercare di curare i sintomi bulimici senza curare la depressione sarebbe affrontare soltanto la parte comportamentale del problema e non quella emotiva. Si ricorre al ricovero ospedaliero solo nei casi più gravi: consistente perdita di peso (maggiore del 40 per cento) squilibri elettrolitici, soprattutto ipopotassiemia, disturbi psichici gravi e rischio di suicidio, necessità di una separazione dalla famiglia per interazioni disturbate e non controllabili.
http://www.psicolinea.it/t_a/bulimia.htm

...la motivazione di questo post è la medesima di quella che mi ha portato a parlare di anoressia...
la necessità di confermare ciò che già conoscevo ma che, sicuramente, grazie a questa mia ricerca si è molto "arricchito"...
mi riconosco nelle abbuffate segrete ma non ho mai avuto "la forza?" di mettermi due dita in gola per calmierare il senso di disgusto che lo stomaco spesso mi rimanda...credo che dovrei affrontare il mio cattivo rapporto col cibo una volta per tutte ma non sono pronta...non sono ancora pronta...
non dovrebbe essere "il peso" la motivazione giusta a spingermi ma il "desiderio di sentirmi bene" e ancora non mi scatta la molla nè ho il desiderio di parlarne ancora...pertanto me ne sto buonina buonina a cercare di limitare i danni fintanto che non arriverà il mio momento...forse...
forse un giorno avrò il coraggio di togliermi la corazza di dosso...

17 Aprile 2009

..e sono già in ritardo per il lavoro...
la gola mi fa ancora un male terribile dopo gli sforzi di vomito di due giorni fa...
io ho sempre odiato vomitare...fin da quando puntualmente stavo male negli spostamenti in auto...
ieri ho cercato di stare stra-leggera con il mangiare soprattutto perchè deglutire era dolorosissimo...qualcuno al lavoro si è accorto della voce alterata perchè faccio anche fatica a parlare...
tutti i miei malesseri sono incentrati sulla gola
un intervento di torcicollo miogeno
due interventi di tiroide
la nausea quando sto male
e ora il vomito quando tocco il limite...
non è "bulimia" da alimenti...è "bulimia" da emozioni...sembra quasi che ora che sto toccando i miei limiti di sopportazione, rigetti tutto quanto mi è impossibile sopportare...

tu come fai quando le contrazioni del vomito ti urticano l'esofago? come fai a "uccidere" lo schifo degli acidi gastrici in bocca?
io sono terrorizzata all'idea che mi possa succedere nuovamente perchè continuo a non volere prendere gli antidepressivi...e le situazioni emotivamente difficili da gestire e al di fuori del mio "limitato" potere continuano ad aumentare...succederà ancora...perchè non è un virus intestinale...perchè ho sempre sofferto di dissenteria nervosa fin da quando mi partiva la tremarella prima di un avvenimento importante...
succederà ancora ed ora sono pronta, fisicamente pronta,
in bagno, davanti al water, ho posizionato un mastellino per poterci vomitare dentro senza dover imbrattare e schizzare dappertutto (che poi mi fa anche schifo ripulire)
con il colluttorio sono riuscita a ripulirmi la bocca dagli acidi gastrici...ma non so che sistema utilizzare per l'esofago...
help me!

il vomito autoindotto ha un senso...il vomito spontaneo ne ha un altro...
purtroppo non ho esperienza personale il merito perchè mi è capitato solo due volte nelle ultime settimane ed io non ho mai "provocato" il vomito...quando avevo problemi di anoressia e "controllavo" il cibo, mi aiutavo con le anfetamine e sono riuscita per tempo a bloccare il problema prima che conclamasse in malattia...ora...ora non so cosa fare...

domani farò ricerche accurate in attesa di poter ascoltare la tua esperienza e quella di amiche che abbiano o abbiano avuto un problema analogo...
ora scappo...sono terribilmente in ritardo con il lavoro...
buona notte e tutti voi...e buona giornata a me!

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