Violenza diretta e violenza indiretta sui bambini.

Il punto di vista psicologico e psicoterapeutico


1. Premessa
La violenza contro le donne ed i bambini è ancora terribilmente diffusa nel nostro paese. Le ragioni storiche e culturali di tale fenomeno sono note, ma vale la pena di soffermarci sulle motivazioni che impediscono alla comunità scientifica, al governo ed alle istituzioni in genere di promuovere delle strategie veramente efficaci per prevenire la violenza contro i bambini. Le conseguenze della violenza sui bambini sono ormai patrimonio condiviso del mondo scientifico che si occupa di studiare e curare i danni dei comportamenti violenti in età evolutiva, ma sfuggono clamorosamente all'attenzione non solo delle istituzioni, ma degli stessi servizi di tutela dei minori, della scuola e dei genitori. Solo la reale consapevolezza dei danni inferti dalla violenza potrebbe davvero mobilitare il governo, gli operatori ed i genitori stessi per cercare di prevenire il cronicizzarsi della violenza. La maggior parte dei problemi della nostra società (dalla criminalità alle tossicodipendenze a buona parte delle malattie quali ansia, depressione, cefalea etc.), ha origine proprio nei comportamenti violenti che i bambini subiscono nell'infanzia, nell'indifferenza di tutti.

2. La violenza assistita
I danni causati dalle violenze fisiche e dagli abusi sessuali commessi dagli adulti sui bambini sono relativamente conosciuti dagli operatori psico-socio-sanitari. Molto meno noti sono i danni riportati dai bambini spettatori della violenza fisica e sessuale commessa da un genitore contro l'altro (quella che viene definita violenza domestica) ed ancora quasi del tutto sconosciuti sono i danni prodotti dai "semplici" litigi, quelli cioè privi di grave violenza fisica, che avvengono in molte famiglie. Una scarsa letteratura, e tutta molto recente, è stata prodotta sulla violenza domestica, ma quasi nulla si è scritto circa i danni prodotti sui figli dai litigi dei genitori che non si picchiano ma che usano come stabile modalità di relazionarsi fra loro una grave violenza verbale, a volte accompagnata da violenza fisica anche se non estrema. E' bene quindi ribadire che quando si parla di danni sui bambini prodotti dalla violenza assistita mi riferisco non solo alle situazioni di grave maltrattamento del padre contro la madre, ma anche a quelle, purtroppo molto diffuse anche fra genitori realmente interessati al benessere dei propri figli, in cui i litigi violenti e cronici fra i coniugi hanno come spettatori i bambini. Di questi ultimi si parla poco forse anche perché tale forma di abuso potrebbe riguardare molti di noi, essendo una forma di violenza all'infanzia molto diffusa anche nelle famiglie apparentemente più normali. Occuparcene definendola in modo chiaro "violenza assistita" potrebbe mettere in contatto molti operatori con i propri sensi di colpa legati all'aver fatto vivere ai propri figli situazioni psicologicamente molto negative e potenzialmente traumatiche sottovalutandone l'entità del danno, o con la sofferenza di ex bambini a cui i genitori hanno tolto il sorriso troppo in fretta..

3. I danni della violenza assistita
Il rischio di essere direttamente abusati fisicamente o sessualmente aumenta significativamente per i bambini che convivono con una situazione di violenza domestica. Secondo una ricerca dal 30 al 66% dei bambini che convivono con una situazione di violenza domestica subisce anche un abuso diretto. Un'altra ricerca ha dimostrato una correlazione del 100% tra la violenza più grave e cronica degli uomini nei confronti delle donne e il loro uso di violenza fisica anche sui bambini. Vi sono anche significativi rischi di un aumento di violenza fisica e trascuratezza da parte delle madri vittime di violenza.

I genitori sono i primi a sottovalutare i danni della violenza domestica sui figli. Molte mamme picchiate quando sono interrogate sulla possibile percezione che di tutto questo possono avere i figli, rispondono che i bambini dormono in un'altra stanza, o che comunque dormono, o non sono presenti, o non sentono o non capiscono e sicuramente sono tenuti fuori dagli episodi di violenza. Stessa cosa affermano i genitori che litigano con i figli in casa, anche se in un'altra stanza. Non solo vedere la violenza ha un impatto doloroso, confondente e spaventoso per i bambini. Lo ha anche sapere che determinate cose avvengono, constatarne gli effetti vedendo mobili e suppellettili distrutti, venire a contatto o a conoscenza degli effetti fisici del maltrattamento famigliare. Ma doloroso, confondente e pauroso è anche percepire la tristezza, la disperazione, l'angoscia, il terrore, lo stato di allerta delle vittime (Luberti, Pedrocco Biancardi). E' stato dimostrato che anche il solo assistere alla violenza cronica fra genitori può generare nel bambino un disturbo post traumatico da stress.

La ragione per cui i bambini sono influenzati così negativamente dalla violenza assistita ha a che fare con il vissuto di impotenza e con la loro incapacità di comprendere, che li porta ad equivocare sulle cause degli scontri fra i genitori, attribuendole al proprio cattivo comportamento. I genitori possono anche farli sentire responsabili dei loro litigi. Di Blasio riferendosi alla violenza domestica e ai conflitti coniugali, sottolinea il fatto che l'attribuzione della causa degli eventi a fattori interni a sé, stabili e duraturi, da parte del bambino, costituisce l'insieme di condizioni più negative e che l''esperienza ripetuta di impotenza riduce, fino ad annullare, le risorse e le capacità di coping, inducendo forti sentimenti di fallimento.

I bambini possono sviluppare comportamenti adultizzati d'accudimento verso uno o entrambi i genitori e fratelli, e diventare i protettori della vittima mettendo in atto a tal fine numerose strategie, come andare a controllare chi suona alla porta o rispondere al telefono per filtrare le telefonate del padre. Possono avere continui pensieri su come prevenire la violenza, e mettere in atto comportamenti volti a calmare il maltrattante. Possono così assumere comportamenti compiacenti e dire bugie, ma anche imparare a dare ragione all'uno o all'altro genitore a seconda delle circostanze, o in base al fatto di stare in quel momento con l'uno piuttosto che con l'altro. I bambini in età scolare possono avere paura di uscire di casa perché la madre potrebbe essere picchiata in loro assenza, e quindi possono emergere anche problemi legati a frequenti assenze scolastiche. Possono tentare di difendere la madre ed essere feriti accidentalmente.

Anche i bambini molto piccoli esposti al maltrattamento domestico cronico soffrono perché sono incapaci di provare fiducia, dato che non possono contare sui loro genitori per la protezione e la cura. La loro relazione di attaccamento è danneggiata, l'alimentazione ed il ciclo sonno/veglia sono disturbati, persino le abilità linguistiche vengono gravemente compromesse, come dimostra una ricerca svolta con bambini dai tre ai cinque anni. E' stato inoltre dimostrato che bambini molto piccoli mostrano angoscia e preoccupazione se esposti ad interazioni piene di rabbia. Ciò ci deve indurre a riflettere su quanto possa essere sbagliato il luogo comune che il bambino "è piccolo e non capisce".

Quasi tutti i disturbi psichiatrici infantili hanno origine in famiglie con violenza domestica cronica. Questi bambini soffrono di un senso di autostima molto basso ed hanno capacità empatiche ridotte, ma anche capacità intellettive danneggiate in quanto alti livelli di violenza durante l'infanzia danneggia lo sviluppo neuro-cognitivo dei bambini.

In adolescenza compaiono conseguenze diverse a seguito del maltrattamento domestico cronico; esso è un produttore lento ma inesorabile di sintomi depressivi in adolescenza, che possono anche culminare in comportamenti suicidari. I ragazzi che si identificano con il padre imparano a credere che la violenza contro le donne sia un modo di comportarsi virile e accettabile. Le piccole vittime di violenza assistita apprendono che l'uso della violenza è normale nelle relazioni affettive e che l'espressione di pensieri, sentimenti, emozioni, opinioni è pericolosa in quanto può scatenare violenza. A questo proposito è importante sapere che una ricerca sul bullismo a scuola ha dimostrato che il 61% dei bambini vittime di violenza assistita diventano bulli, e che il 71% dei bambini che a scuola sono vittime di bullismo subiscono violenza assistita in famiglia. La posizione di questi bambini è dovuta, secondo l'autrice, ai sentimenti di diminuita autostima, aumentata depressione e paura conseguenti all'assistere ad atti di violenza famigliare che li induce a essere più facilmente identificati come possibili vittime da parte dei bulli.

Molto spesso le vite dei bambini sono gravemente sconvolte dalla violenza domestica e caratterizzate da innumerevoli perdite; per sfuggire alla violenza i bambini si trovano a lasciare la propria casa, gli amici, la scuola, tutto ciò che c'è di sicuro e rassicurante.


4) Il danno più grave della violenza domestica è alle relazioni di attaccamento
L'entità del danno riportato dai bambini che hanno assistito a violenze fra i genitori è strettamente connesso alla paura di perdere le figure di attaccamento oppure all'impossibilità di costruire relazioni di attaccamento sicure con le figure genitoriali. E' importante a questo proposito comprendere come mai non tutti i soggetti che hanno subito esperienze di maltrattamento e abuso nell'infanzia riportino lo stesso tipo di conseguenze. A parità di esperienza traumatica, qualcuno ce la fa, altri soccombono sviluppando una serie interminabile di problemi e sintomatologie difficilmente curabili o superabili. Stiamo parlando di ciò che rende un bambino, e quindi un futuro adulto, "resiliente", cioè capace di "resistere" passando relativamente indenne a situazioni altamente problematiche o traumatiche.

Provate a immaginare di vivere l'esperienza del terremoto in una casa antisismica o in una capanna di pietre, o di lanciare una bicchiere di vetro o di plastica. La differente reazioni allo stimolo è la resilienza, cioè la possibilità di reagire in modo positivo ad eventi traumatici, dote che negli esseri umani costituire la migliore assicurazione sulla vita (Malacrea). E' dunque di notevole importanza capire che cosa renda gli esseri umani resilienti. E' oggi provato che la resilienza ha la sua radice nel Modelli Operativi Interni che il bambino ha potuto costruire nei primi due o tre anni di vita, cioè rappresentazioni mentali in grado di raffigurare con sufficiente coerenza l'esperienza vissuta nelle relazioni interpersonali con le altre persone che si prendono cura di lui. Questo processo di sviluppo (risultato di un'interazione fra fattori psichici e reazioni chimiche all'interno del cervello) è costantemente modificato dalle condizioni esterne che hanno un impatto sul processo stesso. Centrale è la relazione del bambino con chi si prende cura di lui (in genere la madre). In base alla risposta della madre alle richieste del bambino quando sente paura, dolore, fame, freddo etc.. il bambino costruisce modelli di relazioni significative che lo accompagneranno per tutta la vita, e il suo corpo produrrà reazioni chimiche di un certo tipo quando verrà sollecitato da una situazione in qualche modo stressante. Questo modello di reazione tende a permanere e a rinforzarsi nel tempo e se nulla interverrà di particolarmente grave a modificare tale percorso avremo un bambino, e poi un adulto, con una specie di corazza resistente all'impatto turbativo di eventi stressanti, non evitabili nella vita, e una maggior capacità di elaborare le esperienze negative e dolorose del passato. Ciò significa che se una certa esperienza negativa o traumatica avviene in un soggetto che ha avuto la possibilità di strutturare una attaccamento sicuro, l'impatto immediato dell'esperienza sarà minore e la possibilità di ripararla sarà decisamente superiore a quella di un soggetto che non ha avuto un attaccamento sicuro (Malacrea).

Un bellissimo esempio di relazione madre/bambino che può creare giovani adulti resilienti è quello descritto da Khaled Hosseini in "Mille splendidi soli", un drammatico romanzo sulla violenza alle donne. Laila, la giovane madre afgana picchiata costantemente dal marito fino quasi a venire uccisa, non può impedire ai suoi due figli di assistere alle continue violenze che il marito commette su di lei, ma può dare ai propri figli una relazione di attaccamento così forte e sicura da consentirgli di affrontare ogni tipo di avversità sia nel presente e nel futuro. Toccante quel passaggio in cui il bimbo maschio dice a tavola al padre che la madre si è intrattenuta con un uomo nel corso del pomeriggio, comunicazione che porterà ad episodi di violenza omicida del marito verso la moglie e poi alla morte del padre stesso. Il bambino capisce di averla fatta grossa, di aver innescato qualcosa di più grande di lui, e guarda implorante la madre che gli dice: "Stai tranquillo Zalmai, dì la verità". La realtà non è sempre questa, e di donne che riescono, come Laila, a "proteggere" (per lo meno psicologicamente) attraverso il proprio amore i figli dalla violenza domestica che a volte può essere o sembrare inevitabile, non sono molte. Laila aveva avuto a sua volta un genitore (in questo caso il padre), che l'aveva amata molto, che aveva avuto con lei una relazione di attaccamento sicura, e aveva creato una giovane donna resiliente. La capacità di resistere agli eventi stressanti si può trasmettere di generazione in generazione, proprio come la violenza.

Partendo quindi dalla premessa di base che fra i fattori di protezione è di fondamentale importanza la presenza di una figura di attaccamento sicura nella vita precoce del bambino, non è difficile comprendere come nella violenza domestica la madre venga danneggiata e difficilmente potrà conservare buoni livelli di risposta emozionale e di attenzione ai bisogni del figlio. Una donna costantemente vessata dal compagno, picchiata, umiliata, che teme continue aggressioni, non può riuscire a occuparsi in modo sereno e positivo del proprio bambino. Sappiamo che spesso le donne vengono picchiate sin dalla gravidanza, e dunque l'attacco al legame madre/bambino inizia ancor prima della nascita di quest'ultimo. In modo diverso, anche violenti litigi fra coniugi non accompagnati da violenza fisica possono creare un grave danno alla relazione di attaccamento fra madre e bambino nella misura in cui la donna non è in grado, a causa del conflitto di coppia, di avere sufficienti energie mentali da dedicare al figlio. Il conflitto può diventare il centro dei pensieri della madre, il fulcro intorno al quale ruota la sua vita, ed il bambino diventare in qualche modo invisibile. La violenza è dannosa anche perché danneggia la capacità genitoriale delle figure di accudimento.

Come afferma Malacrea l'attentato alle figure di attaccamento del bambino (in primis la madre) priva lui stesso della necessaria base sicura per il proprio conforto e della predicibilità dell'esperienza, fattori chiave per l'equilibrio; trasmette anche al piccolo una filosofia di vita in cui diventare persecutori può sembrare l'unico modo per evitare di diventare vittime.

I bambini a volte possono essere intensamente impegnati in azioni e operazioni mentali volte a tutelare e mantenere integre entrambe le figure genitoriali. Sulla base di questa urgenza psicologica i bambini, in sintonia con il pensiero egocentrico di questa fase del loro sviluppo, si assumono la colpa di incomprensioni, litigi, violenze fra i genitori. A volte invece cercano disperatamente di trovare spiegazioni alternative per salvare l'immagine di entrambe le figure genitoriali, dando ragione ora all'uno ora all'altro genitore in modo del tutto scollegato dalla realtà dei fatti.

5) Cosa si può fare per i bambini vittima di violenza domestica?
Il lavoro più importante è quello di investire sulla prevenzione. Da un lato prevenire la violenza, dall'altro investire risorse per crescere bambini più resilienti (cioè investire risorse sulla relazione madre/bambino sin dalla gravidanza).
Quando la violenza è già posta in essere occorre fermarla prima di pensare a degli interventi di sostegno psicologico o di terapia del bambino o della donna. Ciò potrà parere scontato in casi di violenza estrema, ma purtroppo non lo è in tutti quegli innumerevoli casi in cui la violenza famigliare (non solo fisica ma anche verbale) è ormai cronica senza che né i genitori né gli operatori riescano a comprendere la gravità dei danni prodotti sui bambini. La mentalità che l'allontanamento dalla famiglia per un bambino sia più dannoso della violenza che costantemente deve subire, è ancora troppo diffusa. Peraltro è ancora troppo diffusa l'idea che la violenza contro le donne ed i bambini sia in qualche modo da accettare come un dato storico culturale inevitabile, e solo quando si è di fronte ad una violenza estrema essa viene condannata con fermezza da tutta la società.
Alla fine del 2007 nel corso del programma televisivo "Le Iene" è stata presentata una situazione (fittizia ma terribilmente verosimile) in cui una giovane donna veniva tenuta prigioniera, legata mani e piedi, in un furgone. La scena è agghiacciante. Il ragazzo che guida il furgone si ferma in diversi distributori a fare benzina e la ragazza chiede aiuto disperatamente. Il registra del programma voleva vedere quale sarebbe stata la reazione delle persone a questa scena di violenza simulata. Tutti gli uomini che hanno visto la scena tranne uno hanno lasciato ripartire il furgone senza intervenire, senza scandalizzarsi più di tanto, senza chiamare la Polizia o prendere la targa del veicolo. Un ragazzo ha addirittura riso compiaciuto di fronte alla scena: "Ah, è cosi che si trattano le donne!".

Forse, anche se pensiamo di essere un paese particolarmente evoluto in fatto di tutela dei diritti umani, in Italia i diritti e i bisogni di donne e bambini sono mai stati compiutamente visti, e di conseguenza neppure i danni della violenza all'infanzia sono mai stati pienamente mentalizzati né dagli operatori nè dai genitori.

Per contrastare il maltrattamento non basta individuarlo e fermarlo; bisogna sostituirlo con altro, afferma sempre Malacrea. Togliere il maltrattamento, affermando i diritti dei bambini, non innesca in automatico il suo contrario: di quale esperienza buona e/o correttiva riempiremo il vuoto di maltrattamento? Insopportabilmente penoso è assistere al "processo di desertificazione" del bambino, dopo aver fatto tanto per proteggerlo. E ciò nella consapevolezza che i diritti dei bambini possono essere imposti, ma il "buon trattamento" no. Solo una strategie di prevenzione che miri a rafforzare i legami di attaccamento fra il bambino ed i suoi genitori (in particolare la madre) ed a rendere i genitori e gli operatori più consapevoli dei danni che la violenza (anche i "semplici" litigi se diventano cronici), potranno veramente rappresentare dei passi avanti a tutela dei bambini.

Cristina Roccia
www.psychomedia.it/pm/answer/abuse/roccia4.htm

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