Il gioco e l'ascolto del disagio infantile


Negli ultimi anni la nostra società ha maturato una maggiore coscienza della diffusione di maltrattamenti, abusi sessuali e psicologici sui bambini, soprattutto in ambito intrafamiliare, e si è interrogata sui modi più efficaci per riconoscere precocemente condizioni di disagio e di abuso, che, a ogni modo, ancora oggi, restano spesso nascosti, per emergere solo quando guadagnano un posto nella cronaca nera.
Proprio dal racconto che la cronaca ci presenta di maltrattamenti e di abusi si evidenzia la difficoltà degli adulti nell’individuare precocemente i segnali della sofferenza, spesso inascoltata o sottovalutata, dei bambini.

Per agire tempestivamente e interrompere all’origine la spirale dei maltrattamenti e degli abusi, diventa, quindi, urgente che gli adulti coltivino la loro capacità di ascolto della sofferenza emotiva dei bambini, diventando consapevoli che questa sofferenza può essere originata non solo da maltrattamenti e abusi eclatanti, ma anche dalla mancanza di attenzione e di affetto, dalla solitudine affettiva, da situazioni di disagio familiare, difficoltà nell’apprendimento, incapacità di adattamento alla vita sociale, isolamento. Soprattutto bisogna imparare a parlare il linguaggio dei bambini che è il linguaggio del gioco, il loro modo naturale di esprimersi. Per imparare ad ascoltare quel che spesso col gioco ci dicono o tentano di dirci. Perché col gioco i bambini dicono quel che con le parole non sanno esprimere.

Il gioco nello sviluppo intellettivo ed affettivo del bambino
I bambini giocano. Dire che i bambini giocano è come dire che il cielo è azzurro. Ovvio, banale, difficile che ci si soffermi a riflettere. I bambini giocano, probabilmente da quando esiste il mondo.
Che cosa potremmo trovare, dunque, di meglio per comunicare con i nostri bambini? Giocando con loro impariamo a capirli, a conoscerli, li scopriamo ogni volta di più. E scopriamo un po’ di più di noi stessi. Ma nella vita degli adulti non sempre c’è spazio per il gioco.

Bruno Munari, pittore, primo designer italiano, scrittore, creatore di libri per l'infanzia, sosteneva che “conservare l'infanzia dentro di sé vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare”.

Ma è difficile conservare l’infanzia dentro di noi. Le nostre vite sono spesso luoghi affollati di cose inutili, inutili fardelli che appesantiscono i giorni. Siamo una società depressa e ansiosa. Il nostro sistema produttivo frammenta il lavoro, in modo che ognuno svolga ripetutamente le stesse azioni, anello di una catena di cui non conosce direttamente né l’inizio né la fine. Tutto ciò deresponsabilizza e non favorisce l’autostima.

Lasciati senza guida da una generazione di padri e di madri, che hanno tentato di scardinare i modelli familiari tradizionali e ci hanno lasciato il difficile compito di individuarne di nuovi, spesso abbiamo un’identità fragile, cui cerchiamo di dare una forma attraverso il possesso di beni. Siamo soli, e siamo soli con i nostri figli.

Le famiglie tradizionali allargate vanno sparendo, lasciando i genitori soli di fronte al loro compito di genitori. Le esigenze pratiche sono troppe e rubano spazio alla relazione, al tempo del gioco. I genitori hanno addosso tutta la responsabilità e diventano ansiosi, si sentono inadeguati e a volte in colpa. Non c’è spazio per il gioco. Non c’è spazio per giocare con i propri figli.

E poi giocare con i bambini non è facile. Perché ci mette in contatto con la nostra infanzia, la va a ripescare, la recupera, e non sempre questo recupero ci rende felici, non sempre i ricordi della nostra infanzia ci fanno piacere.

E’ difficile trovare un adulto che sappia giocare. Ma giocare davvero. Nello stesso modo in cui giocano i bambini. Giocando solo per giocare. Perché il gioco è un’attività fine a se stessa. Il gioco non produce, non crea ricchezza materiale: il gioco, come dice Huizinga, impegna in maniera assoluta. E per che cosa poi? Per niente, è la prima risposta che può venire in mente a una società in cui tutto è monetizzato e misurato sulle possibilità produttive.

Ma si può imparare a giocare. O meglio, si può riscoprire la naturale capacità di giocare che è dentro di noi. Spazio. Bisogna fare spazio. Spazio alle emozioni, spazio a ciò che non produce.

Il gioco, per essere davvero gioco, deve essere spontaneo e soprattutto deve essere una sorta di passatempo.

L’atteggiamento del giocatore per professione, come dice Huizinga, non è più un vero e proprio atteggiamento ludico.

Nessuno può essere costretto a giocare, perché in quel caso il gioco perde di senso. Il gioco richiede l’intenzione di giocare. E si dovrebbe riflettere bene su questo nei diversi contesti istituzionali in cui si dice ai bambini: giocate!

Non è detto, comunque, che giocando si cresca. Bisogna essere disponibili a lasciarsi cambiare dal gioco, a evolvere.

Il gioco è un fenomeno articolato. Per poterne parlare bene bisognerebbe affrontare temi come la socializzazione, la formazione della cultura, il pensiero simbolico, la capacità di fare astrazione, la logica, le regole.

Che giocare non sia una banale e poco rilevante attività infantile è stato evidenziato anche da Huizinga (1938), che nella sua opera Homo Ludens, ha definito il gioco come fondamento di ogni cultura, evidenziando che anche gli animali giocano e che quindi il gioco esiste prima della cultura.

E’ stato Jean Piaget (1896-1980), psicologo ginevrino, la cui fama è legata soprattutto ai suoi studi sullo sviluppo cognitivo nell’età evolutiva, a riconoscere al gioco una responsabilità vitale nella maturazione dell’intelligenza.

Piaget ha individuato, infatti, nello sviluppo infantile una prima fase, caratterizzata dal gioco-percettivo motorio, un tipo di gioco non orientato socialmente (tra i 12 e i 18 mesi) e una seconda fase, caratterizzata dall’integrazione del gioco simbolico alle attività percettivo-motorie (dai 18 mesi ai cinque anni).

Mentre i giochi motori (afferrare gli oggetti, lanciarli lontano, sistemarli uno sull’altro) rafforzano nel bambino la sicurezza nelle sue possibilità di apportare piccoli cambiamenti alla realtà esterna, il gioco simbolico, in cui gli oggetti diventano simboli di altri oggetti, consentono al bambino di imparare la rappresentazione di eventi fantastici, di esercitare il linguaggio verbale, di scoprire quell’attività creativa che Piaget chiama fabulazione e che consiste nel piacere di ascoltare e di inventare fiabe.

Quando arriva intorno ai cinque anni il bambino scopre poi l’interazione nel gioco e intorno ai sette-otto anni conquista la capacità di giocare rispettando delle regole.

Nel 1967 un altro psicologo, Donald Winnicott, si è occupato del gioco, inserendolo tra quei fenomeni transizionali che aiutano il bambino, che ha beneficiato di buone cure materne, a emanciparsi in maniera non traumatica dalla dipendenza materna, imparando l’autonomia e conservando una certa fiducia in una realtà positiva che lo protegge.

Winnicott ha definito il gioco come un fenomeno transizionale che consente al bambino di situarsi in un’area di illusione che media tra il mondo interiore del bambino e il mondo esterno, dapprincipio percepito come un patrimonio diviso con la madre.

Sotto questo aspetto, sostiene Winnicott il gioco e gli oggetti transizionali (come peluche, coperte, sciarpe) danno al bambino un senso di sicurezza e lo aiutano nel controllo dell’angoscia.

Vorrei qui evidenziare come, anche sulla scorta di queste osservazioni, sia evidente che il gioco si situa in uno stato intermedio tra i vincoli posti dalla realtà esterna e le infinite possibilità offerte dalla creazione fantastica.

Il gioco è, quindi, una sorta di spazio intermedio tra una “realtà reale” e una “realtà immaginaria”.

Potremmo paragonare lo spazio del gioco a quello che Carli, parlando dello spazio analitico, definisce “spazio anzi”, intendendo una funzione della mente che consente il ripensamento delle categorie mentali in base alle quali la realtà è stata classificata.

Come dice Gregory Bateson “il gioco forza ogni categoria di cui disponiamo”.

Lo spazio del gioco, come lo “spazio anzi” consente, infatti, ai bambini e agli adulti, di mettere in discussione le categorie mentali che contengono la propria storia passata, permettendo quel che Carli definisce “apprendimento pedagogico”, laddove porta, grazie a una traduzione simbolica delle proprie emozioni a una riorganizzazione psichica del proprio universo emotivo.

Con il gioco, infatti, grazie alle sue regole pre-definite, è possibile trasgredire alle categorie mentali ereditate dalle figure genitoriali, per giungere a una ridefinizione del proprio modo personale di essere nel mondo e per vedere con occhi nuovi la propria storia passata.

Il gioco, da questo punto di vista, quindi, agevola una definizione della propria identità.

Il “fare finta” nel gioco, che può essere considerato una sorta di agire per prova, consente, inoltre, di mettere in scena esperienze non ancora reali ed educa a una capacità trasformativa dell’esperienza, grazie alla possibilità che offre di imitazione della realtà.

Col gioco, infatti, i bambini possono “far finta di” essere adulti, sperimentando questa condizione, senza doverne affrontarne i relativi fallimenti e le inevitabili sofferenze.

Per dirla con Bruner “il gioco offre un’eccellente opportunità per provare combinazioni di comportamenti che non sarebbero mai sperimentate sotto pressione funzionale” (Bruner, 1976) e offre "un modo per minimizzare le conseguenze delle azioni e quindi apprendere in una situazione meno rischiosa".

Il gioco, infine, educa al rispetto delle regole, al movimento da un universo di significati a un altro.

Un altro psicologo, il sovietico Lev Semenovic Vygotskji (1896-1934), autore di Linguaggio e pensiero (uscito postumo nel 1934) e di un’opera sul gioco e la sua funzione nello sviluppo psichico del bambino, si è occupato del gioco, centrando l’attenzione sull’importanza dei giochi intellettuali, motori individuali o sociomotori nell’evoluzione affettiva del bambino.

Vygotskij considera il gioco come un'attività fondamentale per lo sviluppo intellettivo e come il mezzo più adeguato per facilitare il processo di astrazione.

Sembra proprio che il romantico Richter avesse davvero ragione quando asseriva che il gioco è un’attività tremendamente seria.

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